Folklore

La Klapa canto croato

Tra le espressioni della tradizione popolare croata c’è la Klapa, un canto corale che fa riferimento sia a un genere musicale che ai gruppi che la praticano. Le corali spesso sono vestiti in abiti tradizionali e si esibiscono nelle piazze e in veri e propri concerti e festival.

Questo canto è diffuso non solo tra la popolazione più anziana, anzi è una tradizione che riguarda anche i giovani, che vanno a comporre nuove corali. Inoltre, se in passato la Klapa era praticata solo da uomini, al giorno d’oggi sono presenti corali composte da sole donne o miste.

Che cosa è la Klapa?

Come abbiamo detto la Klapa è un genere musicale tradizionale. Rispetto ad altri generi il canto della Klapa è a cappella. Talvolta le melodie possono essere accompagnate dal singolo suono del mandolino o dalla chitarra.

In origine questo tipo di canto era in uso in ambito religioso e liturgico. Poi sono state realizzate delle versioni a tema profano, che celebrano l’amore e i piaceri della vita, ma anche l’identità regionale.

La klapa è anche un canto celebrativo utilizzato oltre che per la fede anche esaltare l’amore per la patria e per ricordare gli eroi nazionali.

Diffusione della Klapa in Croazia e nella regione dalmata

Questo canto, proprio perché molto sentito da parte della popolazione, trova espressione sia in gruppi professionali, ma anche in gruppi amatoriali e di canto spontaneo e informale.

In particolar modo in Dalmazia, la Klapa è una forma musicale con una grande diffusione e con una produzione di nuovi testi.

Questo genere musicale ha diverse manifestazioni ad esso dedicate. Tra queste ultime la più importante è il festival di Omis (Almissa).

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Le maschere del carnevale napoletano

Il Carnevale è tra le ricorrenze che vantano particolari peculiarità in tutto il Bel Paese, e in questo la Campania non fa differenza. Questa terra, infatti, ha dato natali a diverse maschere e personaggi, tra cui la più famosa di tutte è sicuramente la maschera di Pulcinella.

Ma l’antica tradizione dell’Atellana e della Commedia dell’Arte ci ha regalato anche tanti altri personaggi.

Tra questi ultimi possiamo annoverare la maschera di Tartaglia e di Scaramuccia, che con la loro verve portano in scena i diversi aspetti dell’animo umano, rendendo grottesche ed esasperate le inettitudini.

Tartaglia: il dottore balbuziente

Nel dettaglio, Tartaglia è un dottore dall’aspetto goffo e corpulento. Il nome deriva dalla balbuzie che conferisce al personaggio un determinato ritmo nel parlare, dal quale deriverebbe l’effetto comico, amplificato dalla forte miopia.

L’abito verde a strisce gialle costituisce un motivo di accostamento a un’altra maschera tipica del Nord Italia, parliamo di Menego. Quest’ultimo è un contadino gretto e ignorante. Ci sono credenze popolari, diffuse proprio nel Sud Italia che vedono in Tartaglia un travestimento di Menego.

La popolarità che questo personaggio conobbe tra il Seicento e il Settecento a Napoli è indiscussa, incerte le possibili origini veronesi.

Scaramuccia: il capitano fanfarone, seduttore e sfortunato

Scaramuccia è uno di quei personaggi che rappresentano la sintesi perfetta tra inconcludenza ed edonismo. Non ha voglia di lavorare, ma denota una forte propensione alle donne, che tenta di conquistare cantando loro delle dolci serenate e fingendosi ricco.

Come da verità insita nel suo nome, Scaramuccia non si impegna in grandi battaglie, ma solo in piccole beghe di scarsa rilevanza, da cui ne esce sempre malconcio. L’abito di Scaramuccia è ispirato alle uniformi indossate degli spagnoli presenti a Napoli. 

La maschera di Scaramuccia è diventata celebre a Napoli grazie all’interpretazione di Tiberio Fiorilli, che esportò il personaggio in Francia, dove assunse il nome di Scaramouche.

Queste sono le maschere tradizionali napoletane, che da sempre caratterizzano gli spettacoli ed eventi del Carnevale in tutta la regione.

Leggende napoletane: Maria ‘a Rossa

Streghe, fantasmi e presenze paranormali hanno sempre contraddistinto i miti urbani che contraddistinguono in maniera peculiare la città di Napoli. In tal senso, sono nati in città veri e propri goust tour e tour esoterici, con lo scopo di raccontare i luoghi più misteriosi di Partenope.

Tra questi un posto di rilievo spetta a Port’Alba, scenario delle vicende di una delle più affascinanti storie di streghe che rendono famosa la città. Le leggenda ha come protagonista Maria ‘a Rossa.

Ci troviamo negli anni dell’Inquisizione Spagnola e all’epoca non esisteva la porta che da Piazza Dante immette direttamente nel centro storico della città. I napoletani, per risparmiare tempo, aprivano in quel punto un buoco, chiamato pertuso, che consentiva di passare uno alla volta. A ridosso delle mura di quello che veniva chiamato largo delle Sciuscelle, vi era una fontana dove i viandanti si fermavano a bere.

Aldilà delle mura greche viveva Maria, un’avvenente ragazza del popolo contraddistinta da una fluente chioma rossa. Inutile dire che la fanciulla era corteggiata da ogni uomo che posasse lo sguardo su di lei. La ragazza intratteneva, proprio grazie a quel buco, una relazione a distanza con un giovane di nome Michele.

L’uomo preso dalla gelosia la chiese in moglie in poco tempo. Dopo la celebrazione delle nozze i due giovani innamorati si stavano recando a casa di Maria, ma arrivati all’altezza della fontana, Michele non riusci a procedere oltre.

Qui la tradizione si divide, perché ci sono versioni in cui si racconta che Michele morì pietrificato, mentre altre in cui si dice che il giovane, interpretato quel segno come un presagio di sventura, si sia allontanato dall’amata.

Così Maria si chiuse nella sua sofferenza, la sua bellezza cominciò a sfiorire, tanto che assunse le sembianze di una creatura dall’aspetto sgradevole, in più si sparse la voce che praticasse magia nera e passasse il tempo nella creazione di potenti elisir.

Maria fu poi processata e condannata dalla Santa Inquisizione, al pertugio da cui si scambiava sguardi d’amore con Michele si era sostituita l’attuale Port’Alba, e qui la sua gabbia fu appesa ed è qui che fu lasciata morire di fame. Prima di morire la strega lasciò la sua maledizione in eredità proferendo le parole: «La pagherete. Tutti. Voi, i vostri figli, i vostri nipoti, tutti. La pagherete».

Il suo corpo fu rimosso perché invece di decomporsi si trasformò in pietra. C’è chi dice di vederla ancora di notte aggirarsi sotto Port’Alba.

Questa e tante altre leggende contraddistinguono l’anima misteriosa della città di Napoli.

Carnevale a Napoli 2020

Carnevale è arrivato e Napoli è pronta a fare festa con sfilate in maschera e carri, ma anche tanti eventi sportivi e gastronomici, che faranno da traino all’avvio della stagione turistica, che si preannuncia molto interessante.

I festeggiamenti del Carnevale a Napoli inizieranno il 9 febbraio per concludersi il 25 febbraio, il giorno più atteso per grandi e piccini, cioè il Martedì Grasso, che anticipa le Ceneri e l’inizio della Quaresima.

Sarà possibile, quindi, prendere parte alle sfilate in Piazza Ammirato, oppure negli altri quartieri della città, tra cui la sfilata che si terrà a Materdei. 

Quale momento migliore se non il Carnevale per partecipare a un ballo in maschera. Questo è il tema dello spettacolo evento che si terrà nella splendida cornice del Palazzo Reale di Napoli. La manifestazione Ballo a Corte in occasione del Carnevale, sarà un modo innovativo e divertente per scoprire la storia di uno dei monumenti più belli della città partenopea.

L’evento è organizzato da “Le Nuvole” e “Progetto Museo Palazzo Reale di Napoli” ed è adatta a tutta la famiglia, infatti, potranno prendere parte anche i bambini dai 3 anni in su. L’evento si svolgerà dal 10 al 13 febbraio.

Imperdibile è anche l’evento sportivo della Mezza Maratona, che si terrà il 23 febbraio e coinvolgerà persone provenienti da tutto il mondo. La manifestazione sportiva è giunta alla VII edizione. La gara internazionale “Napoli City Half Marathon” è organizzata dalla ASD Run Naples.

Sicuramente il giorno più vivo sarà quello del Martedì Grasso quando sono previsti tra gli eventi la celebre Carnascialata Napoletana, che si tiene in Via San Giovanni Maggiore Pignatelli e le sfilate di carri che coinvolgeranno quasi tutti i quartieri storici della città.

 

Tradizioni natalizie in Albania

L’Albania, negli ultimi anni,  ha riscoperto la possibilità di festeggiare il periodo natalizio e l’inizio del nuovo anno riprendendo le tradizioni, che da sempre hanno caratterizzato la cultura di questo popolo, ma che per via del regime comunista erano state proibite.

Dobbiamo tener presente, infatti, che il regime comunista che governò il paese dal 1946 fino al 1991, tentò di annientare buona parte delle tradizioni che caratterizzavano profondamente la cultura albanese.

In quel periodo, furono abolite tutte le feste religiose e così anche la pratica religiosa vera e propria. In Albania, infatti, convivevano diversi culti e la popolazione era costituita da cattolici, musulmani e ortodossi. Gli edifici di culto come moschee e cattedrali vennero rase completamente al suolo o utilizzate per altri scopi. Non mancano persecuzioni ed espulsioni, per cui la popolazione viveva in un clima di terrore, chiusura e povertà.

Le ricorrenze religiose, come il Natale, vennero cancellate, così come le nuove generazioni vennero educate come atei. Se molti simboli, a suo tempo vennero distrutti nella loro essenza tradizionale, come l’albero di Natale, Babbo Natale e lo stesso presepe, allo stesso tempo alcuni riescono a sopravvivere caricandosi di un nuovo significato. Così, per esempio, l’albero di Natale diventa l’albero di Capodanno, come Babbo Natale si trasforma in Babbo Capodanno.

Le tradizioni religiose però permangono all’interno delle famiglie, che le osservavano in maniera riservata e segreta. Con la caduta del regime negli anni Novanta, la situazione cambiò radicalmente e la popolazione recuperò la possibilità di proclamare il proprio culto liberamente. Furono ripristinare le precedenti tradizioni e importate anche delle nuove, vista la forte ondata di emigrazione e la maggior comunicazione con il mondo Occidentale.

Se il Natale ha acquisito l’importanza che aveva un tempo, allo stesso tempo il Capodanno rimane, ancora oggi, una festa molto sentita perché unisce tutti: sia credenti che atei. La festività rappresenta un momento per ritrovarsi con i propri cari assaporando un cenone dove spiccano i piatti della tradizione locale come il tacchino e i dolci tipici. I più giovani salutano il nuovo anno festeggiando nei locali e per le strade della città fino all’alba.

In particolare, Tirana è una delle mete più ambite per quanto riguarda il Capodanno. Proprio nella capitale sono presenti diversi locali e club alla moda che consentono di festeggiare l’arrivo del nuovo anno all’insegna di serate a tema e di musica. Vengono organizzati anche degli spettacoli pirotecnici di grande effetto.

Infine, è consuetudine aspettare la mezzanotte nelle piazze cittadine. Per esempio, proprio a Tirana, in piazza Skanderbeg generalmente viene allestito un grande albero di Natale, un luna park e un mercatino con stand di artigianato e gastronomici.

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Napoli: la tarantella

Tra i simboli della cultura napoletana c’è sicuramente la tarantella, un ballo a coppie, dove i ballerini si muovono saltellando e girando vorticosamente al ritmo dei tamburelli. Le origini di questa iconica danza probabilmente sono remote e ci riportano alla Neapolis greca e ai culti legati al dio Dioniso, da cui deriverebbe il ritmo sfrenato e il crescendo di suoni, che come consuetudine accompagnano questa danza.

Si dice, che tuttavia, la terra d’origine sia la città di Taranto, da cui etimologicamente deriverebbe il nome di questa celeberrima danza. Inoltre, la città di Taranto fu anche una delle prime in cui si diffusero i culti orgiastici in onore del dio Dioniso. In più, a tale danza si attribuivano poteri benefici per la guarigione di persone colpite dal morso della taranta, un ragno velenoso endemico nelle campagne pugliesi. Le antiche credenze portavano a pensare che ballando, attraverso il sudore e gli umori, si potesse espellere il veleno dal corpo.

La tarantella, così come la conosciamo, è un ballo che prende vita nel Settecento. La danza era protagonista delle feste più importanti come quella di Piedigrotta o della Madonna dell’Arco ed era ballata dai giovani popolani. All’inizio questo ballo non era ben visto dalla chiesa, proprio per la forte carica erotica, che assumeva e per la frenesia della musica e per questo motivo furono perseguiti, in primo momento, coloro che la ballavano.

Se da un lato, il compito della chiesa fu quello arginare il fenomeno del tarantismo pugliese, ancora legato al mondo pagano, dall’altro canto questa tradizione popolare non andò persa del tutto. Fu proprio a Napoli che questa forma di danza si elevò acquistando una dignità culturale, come dimostrato anche gli spartiti dedicati al genere e composti da grandi maestri tra cui possiamo ricordare Rossini, Respighi, Litz, Chopin e molti altri e a diffondersi in tutto il mondo.

Tuttavia, ogni città e paese del Meridione ha dato vita a una propria declinazione di   questo ballo, tanto da assumere movenze e nomi diversi a seconda del luogo. Quello che distingue particolarmente la tarantella napoletana è la presenza di pochissimi strumenti.

Il ritmo è sostenuto dalle nacchere o da strumenti tipici della tradizione partenopea come il putipù, lo scetavaiasse e il triccabballacche. Se da un lato la tarantella napoletana riprende alcuni aspetti del tarantismo, questa danza ha risentito anche di altri movimenti mutuati da altre danze popolari.

Le storie raccontate attraverso le cantilene della tarantella hanno diversi riferimenti abbastanza licenziosi, che affermano il legame con il tarantismo pugliese, ma allo stesso tempo i riferimenti vengono proposti in maniera nuova e differente.

 

I fantasmi della Sardegna

La Sardegna è terra di storie belle e terrificati…e quale momento migliore che l’avvicinarsi della Festa di Ognissanti per raccontare qualche leggenda dedicata ai fantasmi più famosi della regione? Cominciamo la nostra rassegna con uno spirito inquieto tra i più famosi della regione:

Femminedda

Feminedda era una fanciulla accusata di un delitto infamane. Dopo aver subito un processo sommario, la giovane viene condannata a morte per decapitazione. I suoi resti poi furono divisi, mentre la testa venne sepolta in paese, il corpo in una chiesa di campagna ormai sconsacrata. Si narra che lo spirito della fanciulla vaghi inquieta tra il mare e la campagna di Stintino, al fine di ricercare la tranquillità perduta.

La marchesa Malaspina

Altra donna, altra triste storia: la marchesa Letizia Malaspina fu ritenuta colpevole di adulterio dal gelosissimo marito, che aveva fatto scavare una rete di tunnel che dal castello portano al paese in modo che la moglie potesse percorrerle senza che potesse essere vista. Questo espediente non fu utile al marchese, che in preda a un raptus di gelosia mozzò le dita della marchesa e le conservò in un fazzoletto, per poi mostrarle a degli amici, fatto che gli valse una condanna a morte. Della marchesa, invece, si persero le tracce, ma alcuni giurano di udire un pianto disperato provenire dal castello Malaspina.

I fantasmi di Casteldoria

In questo caso siamo davanti a una vera e propria guarnigione di fantasmi delegata alla protezione di una campana d’oro e i tesori nascosti nel maniero, dove dovrebbero essere presenti quattro stanze piene dei più grandi tesori che si possano immaginare. Tale leggenda è salita agli onori, dopo che la scrittrice Grazia Deledda la inserì nei Racconti del 1894.

I frati bianchi

Il monastero di Paulis, situato tra Ittiri e Uri è un altro luogo dove si sono consumati fatti di sangue e sede di misteriose presenze. Secondo le testimonianze, l’abate che reggeva  il monastero fu ucciso (siamo nel XIV secolo). Alla metà del ‘900 il frate Pietro Cau tentò di riportare l’abbazia ai vecchi fasti, ma nel 1959 fu ucciso da un collaboratore. Dopo tale evento l’abbazia fu sconsacrata e lasciata alla custodia dei frati bianchi che avevano cercato di custodirla.

La Scuola media di Sassari di via Satta

Altra storia, quanto mai affascinante è quella che riguarda la scuola media tra via Satta e corso Vittorio Emanuele. Tale scuola, pare sorga sui resti di un vecchio convento affidato alle cure dei frati scolopi. Tra le manifestazioni inconsuete si parla di banchi che si muovono da soli o il pianoforte che suona senza che nessuno tocchi i tasti, sono i dispetti portati a compimento dagli alunni poco diligenti, questi ultimi torturati dai frati scolopi.

Questa è solo un piccolo accenno alle storie di fantasmi che popolano la Sardegna. Le altre scopritele voi!

 

 

ponza

Ponza e Papa Silverio

Nel corso degli anni, la devozione e la festività per il Santo Patrono dei ponzesi, Papa Silverio, ha raccolto accanto agli isolani sempre più visitatori che, provenienti da molti luoghi d’Italia e del mondo, tornano volentieri negli anni successivi a rendere omaggio al Patrono.

L’incantevole scenario dell’isola di Ponza, principale isola dell’Arcipelago Pontino, è lo sfondo perfetto per i grandi festeggiamenti che, in buona parte del mese di giugno, accadono per questa ricorrenza.

Le date della ricorrenza religiosa in onore a San Silverio sono strettamente connesse alle date della nomina a Papa e a Vescovo di Roma, rispettivamente l’8 ed il 20 giugno dell’anno 536. L’intero periodo tra le due date rievoca le tappe del martirio del santo ed è un periodo assolutamente emozionale e sentito da tutti i ponzesi.

Circa 30 giorni prima del culmine della festa del 20 giugno, vi è il pellegrinaggio alla vicina isola di Palmarola, dove viene celebrata una Santa Messa dal parroco dell’isola su un faraglione che porta il nome del Santo; un’atmosfera davvero suggestiva per lo straordinario scenario paesaggistico che circonda le tante barche cariche di fedeli che, alla base del faraglione di San Silverio, seguono attenti la cerimonia religiosa.

E’ così tanta la devozione per San Silverio che addirittura, nella frazione di Le Forna (sul lato opposto al centro storico dell’isola) la festa fu anticipata anche all’ultima domenica di febbraio, per consentire ai tanti pescatori ponzesi che si trasferivano in Sardegna a pesca dai primi di marzo a fine settembre, di onorare il Santo Patrono.

La mezzanotte del 9 giugno, ogni anno, ha inizio la ricorrenza religiosa: una barca scortata dalle motovedette delle forze dell’ordine e proveniente dalla, approda sulla spiaggia della frazione di Santa Maria all’imboccatura del porto; ad attendere l’immagine sacra del Santo sono presenti centinaia di fedeli ponzesi che, fieri ed illuminati da un gran falò acceso sulla sabbia, intonano canti di devozione a Papa Silverio.

Le navi presenti in porto e le tante barche approdate nelle vicinanze della frazione accompagnano col suono prolungato delle sirene l’arrivo del quadro del Santo a Ponza, mentre i fedeli, muniti di torce e grandi bengala per illuminare le strade del corso, scortano l’immagine di Papa Silverio in una vera e propria processione fino alla Chiesa della S.S. Trinità, sita nel centro storico di Ponza, dove viene affisso al finestrone centrale d’ingresso.

Le sere comprese tra il 10 ed il 19 giugno in tutte le chiese di Ponza (assolutamente sature in ogni ordine di posto!) viene recitata la novena.

Per le strade dell’isola incominciano a vedersi tantissimi ponzesi residenti all’estero e in altre parti d’Italia che, per l’occasione, son tornati contenti nel proprio luogo di origine.

Il 20 giugno è il giorno clou della festa di San Silverio Papa e martire: non esiste, in ogni angolo del mondo intero, un solo ponzese che non celebri questa data; in Sardegna, a New York, in Canada, a Buenos Aires, in Australia o in una qualsiasi comunità ponzese sparsa sulla terra, viene celebrato il Santo Patrono ponzese, proprio come se si fosse presenti sull’isola di Ponza.

Per rendere idea dell’importanza della festa patronale ponzese basti solo sapere che in questo giorno, a differenza dei soliti circa 3mila residenti presenti sull’isola durante l’inverno, si arrivano a contare all’incirca 15mila persone!

Alle ore 6 del mattino, con tanto di fuochi d’artificio e marce celebri riprodotte dalla banda musicale ponzese, viene annunciata l’alba dalla cosiddetta “diana” (sulle navi, il periodo di turno che va dalle quattro del mattino fino alle ore 8).  Durante le prime ore del mattino la piazzetta ed il corso principale di Ponza si affollano vertiginosamente, cominciano a vedersi persone di tutte le età, residenti, emigrati ponzesi, turisti.. mentre continuano le canzoni della banda musicale e i rintocchi a festa delle campane della chiesa.

All’arrivo di ogni nave o aliscafo di linea (appositamente addobbato per la festa con il “Gran Pavese”) proveniente dalla terraferma, partono lunghi fuochi di artificio in segno di benvenuto, ed i mezzi, in segno di rispetto e onore a San Silverio, rispondono suonando le trombe di bordo già dalla rada, fino all’ingresso in porto. Insomma, l’aria di festa echeggia rumorosamente nell’aria dell’isola durante tutte le ore del mattino.

Le ore 11 segnano l’inizio della Messa Solenne in chiesa, mentre sul corso principale continuano a tener festosa l’atmosfera le note di famose canzoni popolari eseguite dalla banda musicale. Il Corso Pisacane sembra quasi uno stadio: tantissime persone si salutano e chiacchierano in attesa dell’inizio della processione, i balconi dei vicini palazzi colorati sono adornati a festa con bandiere in onore al Santo.

D’improvviso cala il silenzio: la processione esce sul piazzale antistante la chiesa, le persone si ammutoliscono e si raggruppano concentrate in lunghissime fila dietro al Santo, rigorosamente portato a spalla su di una barca colma di garofani rossi.

Le autorità religiose, civili e militari precedono le reliquie di San Silverio e la barca con la statua del Santo Patrono raffigurato in stato di benedizione.

Inizia la lunga e sentita processione, il Santo sfila lungo la strada del porto soffermandosi in diversi punti per effettuare la benedizione; le navi, ad ogni sosta e benedizione, suonano a festa le trombe di bordo e le tantissime persone a bordo delle numerose barche che seguono l’evento via mare, rendono omaggio al Santo con lunghi applausi e suonate di trombette all’impazzata.

Terminato il giro lungo tutta la strada del porto e benedette tutte le navi, nonché i pescherecci ormeggiati, San Silverio viene imbarcato su uno dei grandi pescherecci locali (ogni anno su uno diverso) per l’inizio della processione in mare, fino a costeggiare il cimitero dell’isola arroccato su di una roccia a picco sul mare proprio pochi metri fuori dal porto. Nelle acque dinanzi al cimitero il Vescovo presiede il rito della benedizione di San Silverio ai defunti, con conseguente lancio di una corona di garofani benedetta in onore dei caduti. Le tantissime barche al seguito e le navi ormeggiate in porto suonano forte e a lungo le trombe, i fuochi d’artificio, tanto son rumorosi, quasi fanno tappare le orecchie ai tanti fedeli presenti in mare e, pian piano, si rientra in porto per riportare il Santo sul piazzale della chiesa.

Prima dell’ingresso di San Silverio in chiesa, la benedizione ai fedeli ed il tradizionale (e sentitissimo) lancio dei garofani benedetti ai tanti fedeli presenti sul piazzale.

Spintoni, risate e urla caratterizzano questo momento tradizionale che attrae tantissimi turisti e mostra loro come i ponzesi siano pronti a tutto pur di accaparrarsi almeno un garofano benedetto da San Silverio da portare a casa.

La festa si interrompe solo per le ore di punta in cui il popolo isolano si riversa nelle case e nei ristoranti per il pranzo di festa, ma nel pomeriggio giochi, musica e tantissime attrattive (sia per giovani che per adulti) tengono alto il ritmo della festa, fino al concerto serale su di un palco montato a pochi metri dall’acqua sotto la piazzetta.

Panarea: Festa di S.Pietro 2018

Perché non concedersi una settimana di vacanza sull’isola di Panarea a giugno? Magari proprio nell’ultima settimana del mese, quando l’isola è in fermento per la festa patronale dedicata a San Pietro che si svolge il 29 giugno.

Un calendario di eventi religiosi e civili animeranno l’isola dal 26 giugno 2018 fino al 1° luglio 2018. Le giornate di festa saranno aperte dal triduo in onore del Santo, tre giorni di preparazione spirituale rivolta ai fedeli, che esprimono attraverso la partecipazione attiva alle celebrazioni tutta la devozione verso il loro santo patrono.

Gli eventi di carattere civile prenderanno il via il 27 giugno con il Gioco: Palo a Mare, mentre la serata sarà dedicata alla moda. Nel calendario degli eventi sono anche previsti anche giochi come la caccia al tesoro, spettacoli musicali, spettacoli pirotecnici e sagre dedicate all’enogastronomia, volte proprio ad esaltare le produzioni locali e le specialità che costituiscono il fiore all’occhiello di tutto l’arcipelago eoliano.

Non mancheranno, quindi, anche bancarelle, dove si potrà godere non solo dei prodotti tipici locali, come abbiamo detto, ma anche delle creazioni dell’artigianato eoliano. Il quadro dell’isola in questo periodo dell’anno è quanto mai affascinante e particolare, in grado di calamitare l’attenzione di numerosi turisti.

Cuore di tutto l’evento è  la Processione, che generalmente si tiene proprio il 29/06. La statua del Santo viene accompagnata in processione dai fedeli e dalla banda, alternando così momenti di musica a momenti di preghiera. Il Santo, quindi, attraversa le stradine fino ad arrivare al mare.

In particolare, molto suggestivo è il momento in cui la processione continua via mare.  La statua di San Pietro viene alloggiata su barca e da qui, come da tradizione, benedice l’isola via mare.

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Barcellona: tradizioni di Natale

Barcellona vanta diverse tradizioni natalizie alcune delle quali sono simili alle nostre. L’inizio del Natale si ha, come in Italia, con la festività dedicata all’Immacolata Concezione l’8 dicembre. Le case vengono allestite con le classiche decorazioni e, in particolare, questo è il giorno in cui si realizza il presepe.

Proprio il presepe presenta un personaggio, che generalmente si vede solo in Catalogna, chiamato il Caganer. La statuetta rappresenta un uomo in tipici vestiti catalani accovacciato nell’atto di evacuare. Questa tradizione ha preso il via da XVIII secolo ed il personaggio rappresenta un buon auspicio.

La Vigilia di Natale è una serata di particolare festa, dove gli spagnoli, si concedono un cenone molto abbondante. La prima portata, secondo la tradizione, è una zuppa chiamata Carn d’Olla, che viene preparata con carne cotta nel brodo. A questa zuppa si aggiunge una pasta, galets, di grandi dimensioni che la forma di un guscio di lumaca.

La carne utilizzata per la preparazione della zuppa viene poi mangiata come portata principale, anche se molte famiglie spagnole la mangia insieme a varie tapas. Sulla tavola compaiono anche piatti a base di anguille, scampi e cibi abbastanza costosi. Come dolce un posto di primo piano è riservato al torrone con le mandorle, tra i fine pasto più popolari per l’occasione.

Il giorno di Natale, invece, il pranzo prevede tra le portate il tacchino arrosto, anche se non ci sono regole precise su cosa mangiare. Non mancano sulla tavola varie tapas a base di asparagi e prosciutto, poi pesce e insalate. Anche il giorno di Santo Stefano, il 26 dicembre, ha le sue tradizioni gastronomiche: questo, infatti, è il giorno dedicato ai cannelloni, spesso riempiti con la carne rimasta nei due giorni precedenti.

Il 28 dicembre ricorre la festa Los Santos Innocentes. Questa giornata è dedicata agli scherzi, e l’euforia del oento è tale che coinvolge spesso anche televisioni e giornali.

Tra le usanze in comune con quelle partenopee che riguardano il Capodanno c’è quella di mangiare lenticchie per assicurarsi ricchezza e buona fortuna per l’anno seguente. Altro alimento immancabile è l’uva, anche quest’ultima simbolo di ricchezza e fortuna.

Secondo la tradizione catalana i regali sono portati dai Re Magi, per cui i bambini aspettano trepidanti la mattina del 6 gennaio, per scoprire se hanno ricevuto i doni richiesti.

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