Leggende napoletane: Maria ‘a Rossa

Leggende napoletane: Maria ‘a Rossa

Streghe, fantasmi e presenze paranormali hanno sempre contraddistinto i miti urbani che contraddistinguono in maniera peculiare la città di Napoli. In tal senso, sono nati in città veri e propri goust tour e tour esoterici, con lo scopo di raccontare i luoghi più misteriosi di Partenope.

Tra questi un posto di rilievo spetta a Port’Alba, scenario delle vicende di una delle più affascinanti storie di streghe che rendono famosa la città. Le leggenda ha come protagonista Maria ‘a Rossa.

Ci troviamo negli anni dell’Inquisizione Spagnola e all’epoca non esisteva la porta che da Piazza Dante immette direttamente nel centro storico della città. I napoletani, per risparmiare tempo, aprivano in quel punto un buoco, chiamato pertuso, che consentiva di passare uno alla volta. A ridosso delle mura di quello che veniva chiamato largo delle Sciuscelle, vi era una fontana dove i viandanti si fermavano a bere.

Aldilà delle mura greche viveva Maria, un’avvenente ragazza del popolo contraddistinta da una fluente chioma rossa. Inutile dire che la fanciulla era corteggiata da ogni uomo che posasse lo sguardo su di lei. La ragazza intratteneva, proprio grazie a quel buco, una relazione a distanza con un giovane di nome Michele.

L’uomo preso dalla gelosia la chiese in moglie in poco tempo. Dopo la celebrazione delle nozze i due giovani innamorati si stavano recando a casa di Maria, ma arrivati all’altezza della fontana, Michele non riusci a procedere oltre.

Qui la tradizione si divide, perché ci sono versioni in cui si racconta che Michele morì pietrificato, mentre altre in cui si dice che il giovane, interpretato quel segno come un presagio di sventura, si sia allontanato dall’amata.

Così Maria si chiuse nella sua sofferenza, la sua bellezza cominciò a sfiorire, tanto che assunse le sembianze di una creatura dall’aspetto sgradevole, in più si sparse la voce che praticasse magia nera e passasse il tempo nella creazione di potenti elisir.

Maria fu poi processata e condannata dalla Santa Inquisizione, al pertugio da cui si scambiava sguardi d’amore con Michele si era sostituita l’attuale Port’Alba, e qui la sua gabbia fu appesa ed è qui che fu lasciata morire di fame. Prima di morire la strega lasciò la sua maledizione in eredità proferendo le parole: «La pagherete. Tutti. Voi, i vostri figli, i vostri nipoti, tutti. La pagherete».

Il suo corpo fu rimosso perché invece di decomporsi si trasformò in pietra. C’è chi dice di vederla ancora di notte aggirarsi sotto Port’Alba.

Questa e tante altre leggende contraddistinguono l’anima misteriosa della città di Napoli.

Napoli: il fantasma di San Lorenzo

Tra le tante leggende napoletane, ce n’è una che appartiene al quartiere Secondigliano: il fantasma di San Lorenzo.

Si narra che 100 anni fa, il 9 agosto, nel cortile di un palazzo di Corso Secondigliano, si fece una grande festa per le nozze di due giovani sposi: Milena e Cosimo.

Ma nonostante l’apparenza, il matrimonio era stato celebrato solo perchè “combinato” e la povera Milena non nutriva alcun sentimento per Cosimo. Tutti i suoi sogni si erano spenti proprio nel giorno che doveva essere il più bello della sua vita e così, quando dovette adempiere ai suoi doveri coniugali, la ragazza si defilò con una scusa, salì sull’attico del Palazzo e, illuminata dalla candida luna come l’abito che indossava, si gettò nel vuoto.

Dopo quella notte, tanti sono i napoletani che giurano di avere visto, la notte del 10 agosto, il fantasma della giovane Milena ripetere quel drammatico gesto che le fu fatale, per poi sparire nel nulla. Per altri invece, quella bianca luce cadente è solo una delle stelle che animano i cieli della notte di San Lorenzo.

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Napoli: il fantasma di Maria d’Avalos

Nel 1590, Palazzo Sansevero di Napoli fu teatro di un terribile delitto d’onore che ancora oggi la città e il suo popolo ricordano.

In quell’anno ormai tutti sapevano della storia d’amore tra Maria d’Avalos, moglie del principe Carlo Gesualdo, e il suo amante, il duca d’Andria Fabrizio Carafa.

La notte del 18 ottobre, per mano di sicari, i due amanti vennero uccisi e Don Carlo non esitò a infierire ancora su di loro col suo pugnale pieno di odio. Il marito, per mostrare alla gente di aver lavato via l’onta subita, esibì addirittura i due corpi martoriati sul portone di casa.

Presto però, temendo la vendetta dei Carafa, il principe di Venosa scappò via da Napoli, vivendo per 17 anni con tremendi sensi di colpa.

Dopo quel giorno, il fantasma della bellissima Maria d’Avalos vaga tutte le notti per le buie strade di piazza San Domenico Maggiore, emettendo strazianti lamenti in cerca dell’amante perduto e lasciando brividi di terrore alle persone che hanno la sfortuna di ascoltarli.

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Napoli, storie di fantasmi: Donn’Anna Carafa

Il Palazzo Donn’Anna che si affaccia sul litorale di Posillipo, a Napoli, gode di un fascino spettacolare ed è protagonista di una famosa leggenda partenopea.

L’edificio fu edificato intorno alla metà del ‘500 e nel XVII secolo divenne di proprietà di Donna Anna Carafa e del consorte Filippo Ramiro Guzan.

In una delle tante feste che dava la bellissima ma altera proprietaria del palazzo, si tenne come di consueto una commedia in cui gli attori erano dei nobili. Tra questi vi erano Donna Mercede de las Torres e Gaetano di Capasenna. Gli attori recitarono con così tanto trasporto che nella scena finale si diedero un bacio appassionato.
Donn’Anna diventò pallida e si morse le labbra di gelosia: Gaetano infatti era il suo amante. A seguito di quell’episodio le due donne litigarono più volte fino a quando donna Mercede scomparve misteriosamente. Gaetano di Capasenna la cercò ovunque, ma non la vide mai più; in seguito morì anche lui, giovane, in battaglia.
La leggenda narra che nel Palazzo Donn’Anna sovente appaiano le anime in pena di donna Mercede e di Gaetano di Capasenna.

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Napoli: la leggenda di Donn’Albina, Donna Romita e Donna Regina

Tra le tante storie di fantasmi e di leggende che il popolo partenopeo si tramanda di generazione in generazione c’è la storia di Donn’Albina, Donna Romita e Donna Regina.

Il barone Toraldo, nobile napoletano, aveva 3 figlie: Donn’Albina, Donna Romita e Donna Regina. La moglie era morta giovane e il barone ottenne dal re Roberto d’Angiò il favore di trasmettere la propria nobiltà ai futuri figli della figlia maggiore. Il barone morì nel 1320. Quando fu destinato in sposo a Donna Regina Don Filippo Capece, Donn’Albina disse alla sorella che Donna Romita si era innamorata perdutamente del cavaliere: la donna capì dalla sua voce tremante che anche lei ne era innamorata. Donna Romita, un giorno, pregando la Madonna di farle dimenticare il cavaliere, si accorse che anche Donn’Albina stava pregando per lo stesso motivo. Le due sorelle si recano da Donna Regina chiedendo perdono e annunciando che si sarebbero ritirate in convento; la sorella maggiore disse loro che aveva fatto la stessa scelta perchè il cavaliere non la amava. Donna Regina allora si inchinò di fronte al dipinto del padre, prese lo scettro d’ebano e lo spezzo dicendo: Salute, padre mio, la vostra nobile casa è morta.

Storie e leggende napoletane di Benedetto Croce

Storie e leggende napoletane è un libro di Benedetto Croce, filosofo, scrittore e politico, rifondatore del Partito Liberale.

L’opera letteraria comprende una serie di scritti e di memorie storiche legate ai fatti e alle leggende che interessarono la Napoli dal 15° secolo in poi. Protagonisti del volume sono il popolo partenopeo e i forestieri che hanno caratterizzato la bella Napoli nei secoli passati.

Le novelle, in tutto 17, furono pubblicate intorno alla fine dell’800 su vari periodici e furono edite per la prima volta, racchiuse in unico volume, nel 1919 dalla Laterza.
Successivamente “Storie e leggende napoletane” fu riveduto dall’autore, il quale aggiunse due saggi, e ristampato fino alla settima edizione del 1976.
Benedetto Croce dedicò il libro alla memoria dello storico e archivista Bartolomeo Capasso, direttore dell’Archivio di Stato di Napoli, esprimendo la convinzione che “il legame sentimentale col passato prepara e aiuta l’intelligenza storica, condizione di ogni vero avanzamento civile”.

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Napoli: la leggenda della sirena Partenope

La città di Napoli è anche detta Partenope perchè pare che le sue origini siano legate alla sirena leggendaria Parthenope.

La mitologia greca racconta che la leggiadra sirena viveva in Grecia, in un paese che si affacciava sul mar Jonio, ed era considerata la più bella, affascinante e irresistibile di tutte le creature.

Metà donna e metà pesce, Partenope era figlia di Forcis e insieme ad altre sirene, tra cui Leucosia e Ligea, ammaliava con canti soavi i naviganti, trascinandoli a riva.
L’ammaliante sirena si invaghì di Ulisse, (che ricordiamo si fece legare all’albero maestro per resistere al loro canto), ma lui la rifiutò e Partenope dal dolore si suicidò gettandosi nel mare.

Nel punto in cui morì la Sirena, dove oggi sorge Castel dell’Ovo, nacque la città di Napoli: i Rodii, popolo di origine greca, colonizzarono dapprima l’isolotto di Megaridi per poi estendersi fino al monte Echia, dove ha sede la caserma Nunziatella.

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Napoli: ‘A Bella ‘Mbriana, leggenda popolare

Vi avevamo già parlato del Munaciello, spiritello dispettoso della tradizione napoletana; ‘A Bella ‘Mbriana rappresenta invece una presenza angelica e benigna.

Questa figura leggendaria viene immaginata come una donna molto bella, dalle sembianze angeliche e ben vestita, e la sua presenza nelle case significa benessere e salute.

‘A Bella ‘Mbriana viene anche chiamata Meriana o ‘Mmeriana, dal latino “meridiana”, proprio per identificare la donna come un’ombra sotto la quale ci si può riparare.

I napoletani più anziani erano soliti lasciare in casa una sedia libera per la presenza angelica, dove poter far riposare l’entità; altri invece la identificavano nei gechi che si trovavano sui muri esterni dell’abitazione.
La tradizione popolare diceva anche che se tutte le sedie erano occupate, oppure si doveva ristrutturare l’appartamento, lo spirito benigno si infastidiva a tal punto da andarsene via dalla casa, portandosi via la protezione che aveva offerto ai familiari.

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Napoli: la leggenda del Principe di Sansevero

La figura del Principe di Sansevero di Napoli è stata sempre avvolta da mistero e curiosità.

Raimondo di Sangro, che acquisì dai nonni paterni il titolo di VII Principe di Sansevero, era un grande appassionato di arte, scienza e letteratura, e proprio per le sue capacità veniva considerato dal popolo napoletano un genio, uno stregone al quale sono ancora oggi attribuite molte leggende.

Gli appassionati della storia di quest’uomo non devono perdersi la visita alla Cappella della famiglia di Sangro. Nei suoi sotterranei vi sono due scheletri ricoperti ancora dal sistema venoso e arterioso e entrambi hanno alcuni organi. Si narra che il principe, grazie alle sue conoscenze di alchimia ricostruì il sistema venoso con alcune sostanze tra cui la cera d’api.
Un’altra leggenda narra che il principe fece uccidere sette cardinali e, con le loro pelli e ossa, costruì sette sedie.
Si narra anche che la sua passione per il canto lo portò a comprare ragazzi dalla bella voce e, dopo averli fatti castrare, li rinchiuse nel conservatorio di Napoli e li avviò alla professione canora.

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Napoli: Virgilio e le sue leggende dedicate alla città partenopea

Il popolo napoletano è molto credente e superstizioso; santini, corni portafortuna e amuleti si trovano in tutte le case degli abitanti della città partenopea.

Il Santo a cui oggi i napoletani rivolgono principalmente le loro preghiere è San Gennaro; non tutti sanno però che, un tempo, il protettore dei napoletani era il poeta Publio Virgilio Marone.

Virgilio nel medioevo era considerato una sorta di mago protettore che faceva incantesimi per liberare Napoli dalle sventure, come pestilenze, terremoti e invasioni di insetti ed era molto amato dal popolo partenopeo.

Su Virgilio e Napoli circola una curiosa leggenda che interessa il Castel dell’Ovo che sorge sull’isolotto di Megaride.

La leggenda narra che Virgilio, che ha la propria sepoltura a Napoli, nascose in questo castello un uovo chiuso in una gabbietta che fece murare in una nicchia delle fondamenta.
La rottura di questo uovo, predisse Virgilio, avrebbe provocato disgrazie: non solo avrebbe causato il crollo dell’edificio, ma anche una serie di sventure per la città di Napoli.

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